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Clicca qui per ingrandire l'immagine Uno più uno: a Rossano fa tre
Attualità
[29/04/2010]

Quante assurdità dimostra la vicenda di Rossano Calabro. Per chi se la fosse persa, un breve riassunto. Come ogni mattino, don Antonio Martello, si aggira nell’ospedale ove presta servizio. Si avvicina ad un feto di 22 settimane, abortito il giorno prima, per benedirlo. Quando lo osserva si accorge che è ancora vivo. Scatta l’allarme. Nell’arco di qualche ora, quella vita senza nome cessa di combattere la sua battaglia. Una battaglia durata due giorni, metà dei quali trascorsi nell’indifferenza di medici e infermieri, dimenticato su un tavolo, rifiuto ospedaliero tra tanti.

Capita sovente che i feti, specie se abortiti oltre le 20 settimane, riescano a sopravvivere e vi è un protocollo medico che impone, grazie a Dio, di salvarli. Spesso – racconta Il Giornale – il protocollo è messo da parte: si rinuncia a legare il cordone ombelicale, si adagia il fagottino in uno straccio e si corre ad riassicurare la salute alla sola vita che lì dentro conta, quella della madre. Quando qualcuno se ne accorge, come a Rossano, scattano le indagini e si grida allo scandalo. Eppure, per coloro che si oppongo alla barbarie dell’aborto, non c’è nessun scandalo da denunciare, se non l’aborto stesso, che torna a rivelarsi regolarmente per ciò che è: una barbarie della ragione.

Come si può non cogliere l’agghiacciante controsenso di un protocollo che obbliga un medico a salvare chi si voleva eliminare? Che drammatico paradosso: è come se a Sparta la legge avesse imposto, dopo aver gettato il bambino di turno dalla rupe, di precipitarsi giù, accertare la sua morte e – se vivo – correre a curarlo. Esempio truce, ma non è nulla di diverso da quanto accade oggi.Nel rumore delle reazioni, spicca il silenzio assordante dei movimenti radicali, femministi e pro-choice, che hanno la testa in Veneto, dove non sopportano che esistano così tanti medici obiettori. Un silenzio che testimonia la fragilità di posizioni irragionevoli, il silenzio di chi di fronte all’1+1 non ha il coraggio di dire 2. Occorre guardare in faccia una verità sempre più chiara. Occorre il coraggio dei liberi, il coraggio mettere in discussione la propria opinione.

Nella mente di chi ha voglia di guardare dietro il velo di ciò che è accaduto a Rossano, non possono non passare domande tremendamente semplici: cosa accade per trasformare improvvisamente un “feto malato”, che è diritto sopprimere, in un “neonato”, che è dovere salvare? Ecco: cosa accade? Perché prima doveva morire e un attimo dopo doveva vivere? Perché, molto più semplicemente, non avrebbe dovuto sempre vivere, come sempre vivere avrebbero dovuto quei poveri piccoli spartani?

È l’ora di dare risposta a quelle semplici domande. Finché non gli sarà data risposta da chi si arroga il diritto di (lasciar) uccidere (quando se non la ragione, almeno la prudenza obbligano al contrario), l’aborto resterà una tremenda barbarie. E, fino ad allora, non sapremo che farcene delle tante lacrime di chi piange la morte di un bambino che il politically correct fino a un attimo prima considerava un diritto sopprimere.

Avremo, questo sì, la speranza nel ritorno alla ragione e a quella sputtanatissima parole che è “amore”. È di oggi la storia di Vittorino, raccontata da Avvenire: un feto nato vivo, che doveva esser affetto da patologie che poi, per altro, si sono rivelate mal diagnosticate. Lui quei primi terribili giorni li ha superati ed oggi è un ragazzetto di 11 anni, a cui, probabilmente, nessun benpensante avrà mai il coraggio di dire ciò che 11 anni fa avrebbe benpensato: che la sua era carne destinata al macello.

Autore: Omar
 
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